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Le Ultime dal Blog

Etica è ammettere di avere dei limiti

Il peccato è un vero peccato quando alla base di un accadimento c’è una idea, un pensiero, che non va dalla giusta parte.

La presunzione è sempre stata considerata un peccato, ed il presuntuoso un peccatore.

Nel vocabolario la presunzione viene definita “eccessiva sicurezza, o fiducia, priva di riscontro nelle proprie capacità, che può portare finanche all’attribuirsi qualità e doti che non si posseggono, che è il riflesso di un’opinione troppo alta o lusinghiera di se stessi”.

Quindi, la presunzione non è una mancanza, un limite, ma una distorta capacità di valutare se stessi, un pensiero errato, e, come tale, un vero e proprio peccato, qualcosa che ogni religione, o etica, ha sempre considerato in modo negativo.

Se ne desume che il presuntuoso non è etico.

Ma poi, chi piace a qualcuno se si considera troppo in alto?
Chi può apportare qualcosa di positivo se, con la saccenza derivante dalla presunzione di sapere ciò che non sa, commenta o deride chi ha titolo per parlare?

Ma non è meno sgradevole chi cerca di dimostrare superiorità astenendosi dall’esprimere giudizi, considerando il suo silenzio segno di intelligenza.
In realtà tale silenzio è ciò che andrebbe mantenuto avendo a che fare con tali saccenti, che, credendo di meritare attenzione, leggeranno nel vostro mutismo l’interesse che essi stessi credono di meritare. Mai fare domande ad un saccente, e mai controbattere, se non si vuole buttare fiato inutilmente per ore.

 

Il presuntuoso è un peccatore

Ma torniamo al tema principale: il presuntuoso è peccatore, il presuntuoso non è etico, e quindi, chi ritiene di svolgere la propria professione sotto la bandiera della tanto citata etica, perché poi assume toni di presuntuosa saccenza?

Io ho creato un gruppo Facebook che spiega come parlare alla gente, affinché quest’ultima possa valutare positivamente la proposta di un professionista. Ho tradotto così la parola marketing proprio perché tutti, presuntuosi compresi, possano capire l’importanza delle parole.
Quanti degli iscritti a quel gruppo sono veramente disposti ad ascoltare ciò che dico?
Quanti messaggi di Commercialisti dovrò ancora ricevere in privato con scritto “siamo una categoria di presuntuosi, non ti ascolteremo mai!”.

Ma perché siete qui allora?
Marketing è un processo da gestire nello studio esattamente come tutti gli altri: avrà degli input, delle attività da svolgere, e degli output da misurare in funzione degli obiettivi fissati.

Come ogni processo la misurazione dei risultati porta al feedback che adeguerà i dati di ingresso.

Il presuntuoso e saccente che viene nel gruppo a raccontare la sua esperienza come se fosse la verità assoluta, e al massimo ha letto quattro nozioni sui blog di marketing, cosa crede di fare?

Forse pensa che spremendo un po’ di più i suoi clienti otterrà risultati nel lungo periodo? Forse allungherà un po’ l’agonia, e, se è questo il suo obiettivo, va bene.

 

Non venitemi a parlare di etica e di professionalità.

A molti Commercialisti basta pensare che ci dovrebbe essere un ordine che li tutela e che risolva i loro problemi, ma se era questo il loro sogno, perché non are l’operaio ed iscriversi alla CGIL?
Certo, facendo l’operaio non avrebbero potuto comprarsi la BMW fino a qualche anno fa, nessuno li avrebbe chiamati dottore, ma oggi avrebbero la mutua e la tredicesima.
L’etica, quella cosa per cui per cui si nega di aver mai parlato in trenta anni con il cliente di un concorrente, quella cosa da tirare fuori quando qualcuno ha una idea vincente che non avete avuto voi.
Una categoria protetta per legge la vorrei anche io, la vorrebbero tutti, con i clienti obbligati a rivolgersi solo a noi, alle tariffe che vogliamo noi, e senza concorrenza.

Questo pensiero però è un peccato che qualsiasi giudice di dantesca estrazione punirebbe come ipocrisia:

“Elli avean cappe con cappucci bassi/ dinanzi agli occhi, fatte della taglia/ che in Clugnì per li monaci fassi./ Di fuor dorate son, sì ch’egli abbaglia;/ ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,/ che Federigo le mettea di paglia”.
(Dante, Inferno, Canto XXIII, vv. 61-66)

L’ipocrisia porta alla presunzione, è la causa della presunzione, e questo lo afferma il mondo scientifico, gli psicologi, non io.

La presunzione è una malattia: il malato non si fa giudicare, il sano si.

Ed è proprio questo che voi saccenti da tastiera che qui leggete, ed in privato commentate, dovete stamparvi nella testa malata che avete: la vera vostra colpa, il vero peccato, sta nel negare che io possa occupare un posto che voi ritenete, erroneamente, vostro.
Voi pensate di poter occupare il posto di esperto di marketing, o addirittura di esperto di qualsiasi cosa, per il solo fatto di appartenere ad una categoria storica che, come tutte le cose di questo mondo, è soggetta ad una naturale (e non necessariamente disdicevole) mutazione.
Questa vostra perversione verrebbe punita da Dante secondo la legge della similitudine. Volete apparire, siete ipocriti, e Dante provvederebbe con cappe di fuoco sulla testa che distruggono il pensiero.

Ma perché state qui a leggere? Il presuntuoso non vuole avere a che fare con nessuno.
Perché rimanete lì, nel mio gruppo Facebook?
Siete dei bambini, e come i bambini, davanti a qualche cosa che non capite o con cui non siete d’accordo, dite “non vale”.

Eppure è semplice cari presuntuosi che mi scrivete in privato: togliete la segatura che vi soffoca il cervello e leggete con calma i contenuti dei miei articoli, ed insieme faremo tanta strada se avrete voglia di correre.

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